

Repubblica parla oggi di One Hundred, A Guide To The Stylish Pieces Every Woman Must Own («Cento, Una guida ai pezzi alla moda che ogni donna deve possedere»), furbo libello scritto dall’ex editor di Vogue. Dopo una necessaria introduzione che ci ricorda come la “moda gira” (dove ho già sentito ‘sta frase? Ah, sì da mia nonna), la redattrice di Repubblica sintetizza 15 pezzi tra i 100 irrinunciabili (denominati dalla giornalista “must have”, da me “if money is enaugh”
1) Le ballerine
2) Il giubbino di jeans:
3) Il vestito passe-par-tout
4) I cappelli da uomo
5) Havaianas
6) iPod (è un capo d’abbigliamento??)
7) Jeans
8) Gli stivali al ginocchio
9) Lo smalto: due colori su tutti, nero satin o rosso sangue.
10) La maglietta di un vecchio concerto
11) La gonna a matita
12) Il rossetto rosso:
13) I tacchi a spillo
14) La giacca tuxedo
15) Wrap dress
Tranne gli ultimi due capi, che ignoro cosa siano, mi salta all’occhio che tutte queste cose, più o meno insieme, fotografano esattamente quello che era il mio look nei tardi anni 90 (I pod e hawaianas a parte). Ho ancora la foto di me 23enne davanti a un chiosco di bibite a Napoli con un Panama da ottomila lire comprato a Capri… O le mie foto del 31 dicembre 1995 con dei stivalazzi al ginocchio tutti lacci, smalto e rossetto vermiglio. Magliette dei concerti, poi…Chi l’avrebbe mai detto che ero così in anticipo sui tempi? Pensare che il mio look post-adolescenziale, faceva veramente schifo a tutti. L’unica cosa che faceva ancora più schifo a tutti era il mio look pre-adolescenziale o adolescenziale (maglie di concerti e giubbini di jeans, appunto, corredati di anfibi e Reebok alte, che invece pare non siano diventati must-have, per la fortuna delle fashion victim).
Ok, la moda gira, ma gira a mio sfavore. Non si pretenderà da me che mi vesta oggi come mi vestivo dieci anni fa? No, grazie, ho già dato e sono diventata famosa per il mio cattivo gusto. Si agghindino pure così a 30 anni quelle che a 20 si vestivano da Naj Oleari. Io vado oltre…

Nell’agosto 2005 Katrina ha devastato New Orleans. Una città che avrei sempre voluto vedere, sin dai tempi in cui mi mettevo i tacchi alti, il rossetto scuro e le magliette dei concerti. Nel 2005 credo di aver pianto. Ero inchiodata a una vita che non mi dava nessuna possibilità di muovermi da casa, quando l’unica cosa che volevo davvero era vedere il mondo. Parte del pianeta che mi sarebbe piaciuto conoscere finiva inghiottito da Katrina, presto Fidel sarebbe morto e Cuba sarebbe diventata il 51esimo stato americano, la foresta amazzonica aveva i giorni contati, e io ero lì, inchiodata a Bologna e tutto quello che potevo fare era piangere (o almeno così credevo)
Quest’anno è il turno di Gustav. Mi auguro e spero che quanto accaduto nel 2005 non si ripeta, ma non si può escludere che un paio di catapecchie perdano il tetto o che qualcuna delle famose balconate in ferro battuto finisca per arrugginire. Però quest’anno un biglietto aereo per gli States è già al sicuro nel cassetto di casa mia, a sonnecchiare accanto al passaporto. E vaffanculo, se non mi travolge un anziano in bicicletta (cosa probabilissima, questo paese è l'emblema della senilità su due ruote) prima che arrivi il prossimo uragano, mangerò una jambalaya o un gumbo al French Quarter. Ognuno ha i suoi must-have.







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Questo brutto personaggio ha detto una cosa tanto condivisibile, ma tanto condivisibile, ma tanto condivisibile per me, al punto che se avesso dovuto dirla io non avrei potuto farlo meglio:
"L'Italia parla al telefono come Berlusconi e non come Eugenio Scalfari: gli italiani scherzano, alludono, dicono pure una porcheria ogni tanto, e gli piace così». «La cultura azionista del giornalismo italiano - aggiunge - impedisce la comprensione storica della Dc prima e del berlusconismo poi. Ora credono di illuminare con le intercettazioni le miserie di Berlusconi e, invece, per la gente saranno grandezze" (dal Corriere di ieri)
La differenza tra il Rotondi-pensiero e il mio sta nella nella valutazione finale. Concordiamo sul punto che gli italiani sono un gregge di bovini, ma mentre per lui è un allegro dato di fatto (oltre che palese punto di forza per il successo del proprio governo), per me è una considerazione di una tristezza sconfortante.




"Alice disse a se stessa che e ai suoi amici che stava entrando in una "relazione di tipo maturo". Era difficile dire cosa intendesse ma la definizione rifletteva il pregiudizio in base al quale un uomo che rifiuta un invito al cinema e reclama il proprio spazio è in un certo senso più maturo di un innamorato che trova terribile trascorrere un istante lontano dalla vista dell'amata".
Alain De Botton – Il piacere di soffrire
Sarà una coincidenza che a me sia tornato in mente proprio questo passaggio proprio stasera, ma Ex-Cpv* ed io siamo sicuramente una coppa di tipo maturo, questo è poco ma sicuro. E siccome lui stasera è uscito per la consolatoria rimpatriata tra uomini, io sono andata al cinema da sola. Ho visto Sex & the City e magari sto rincitrullendo ma mi è pure piaciuto. Quello che mi ha sempre colpito del fenomeno Sex & The City è la grande capacità delle donne di immedesimarsi con le protagoniste. Ma guardatele bene, ragazze. Quelle sono newyorkesi, escono tutte le sere e tutte le sere c’è una festa, fanno dei mezzi mestieri (la ‘giornalista-scrittrice’, la pr, la gallerista…) e guadagnano tanto da poter vivere di shopping, mangiano o bevono alcolici in ogni scena eppure non mettono su un etto. Cosa c’entrano con voi? Probabilmente nulla. La ragione per la quale ognuna di noi si sente un po’ Carrie Bradshaw (comprese quelle come me alle quali le borse di Vuitton fanno sinceramente schifo) è il sogno al quale non ce la sentiamo di rinunciare, la favola, quella che poi di solito si sfracella contro la noia quotidiana, i figli, le corna. Ma quando è successo che abbiamo messo da parte il senso della realtà e abbiamo deciso: Voglio le scarpe rosa, la luna di miele tutti i giorni, l’abito da sposa con lo strascico ma anche, veltronianamente, affermarmi nel mondo, avere una vita sociale, una vita sessuale, essere come sono e non perdere di vista me stessa.
Non era tutto più semplice quando ci limitavamo a volere l’amore senza se e senza ma?
Forse sì ma immagino che il mondo non evolva mai nella direzione della semplicità…Per ora quello che mi chiedo io, che non vivo nel mio dell’immaturità è: si può diventare adulti senza rinunciare al sogno?Vado a dormirci sopra.
*Continua il concorso: Trova un nuovo acronimo per CPV. Per il momento c’è stato un discreto numero di proposte. Continuate così. Nel film Carrie chiama Big "il mio ragazzolone" ma è un ipotesi che ho scartato. Però la questione che c’è alla base è seria: a che età uno diventa è vecchio per poter essere definiti "Il mio ragazzo?"

Come si può dedurre dalo schema, il sito deve essere stato redatto prima della discesa in campo di Pizza. Infatti manca la Dc. (Come farne a meno?)









